Il sud del mondo ha un non so che di mistico: chilometri di terra incontaminata e deserta ci sovrastano. La prima cosa che mi viene in mente se penso a questa luogo selvaggio, è il fatto di essere totalmente in balia degli elementi. Questo abbiamo fatto nel profondo sud: ci siamo fatti trasportare in un circo di suoni, odori, forze ed energie potenti. Senza azzardarci a sfidarla la natura, l’abbiamo contemplata, respirata, scalata, e navigata. Abbiamo acceso tutti i sensi, abbandonato per quanto possibile il superfluo e goduto degli effetti del suo incantesimo.
Terra
Abel Tasman, una delle riserve nazionali più belle al mondo. Raggiungiamo spiagge nascoste tra i fiordi, solo in kayak. Piccole baie, che al salire della marea, scompaiono: il regno di animali che si muovono indisturbati, per nulla scossi dalla presenza dell’essere umano. Siamo noi quelli fuori posto qui, costeggiamo le mille insenature bagnate dal mare della Tasmania, per poi lasciare il kayak e percorrere i chilometri di trekking che ci separano dalla strada per Nelson. I trekking sono stati una parte fondamentale di questo viaggio..

Foresta, un passo dopo l’altro, il sentiero si srotola difronte a noi, chilometro, dopo chilometro, salite ripide, ogni cartello è un piccolo traguardo. Ogni tanto un saluto a qualche tramper più avanti, per il resto siamo ancora una volta in ascolto della natura. Verde muschio, smeraldo, bosco, odore di legna umida. L’aria fresca mano a mano che saliamo, ci pizzica il naso, siamo in simbiosi totale con la terra, la penombra è rischiarata dai pezzettini di cielo tra una fronda e l’altra.

Queenstown e poi Akaroa, ci avventuriamo tra le colline dorate, il suolo è brullo, il panorama è cambiato, una curva dopo l’altra iniziamo a vedere sprazzi di quella che sarà la vista dall’altro.

Il terreno è saldo sotto di noi, che ci facciamo strada tra le rocce, i sassi e la bassa vegetazione. Basta solo un passo falso per cadere nel vuoto. Madre Terra ci culla tra le sue braccia ampie, che si allargano fino all’orizzonte.

Ci sentiamo al sicuro, con i piedi saldi nel suolo, tentando di assorbire più energia possibile. Ad un tratto eccola: la cima sopra di noi, sembra così vicina, acceleriamo il passo, il fiato aumenta, il cuore pulsa sempre più forte fino a che, arrivati, ci perdiamo estasiati in un quadro sublime fatto di laghi, prati verdi e terra rossa, mentre i polmoni si riempiono di ossigeno.

Aria
Il capo sud della Nuova Zelanda è il secondo punto al mondo più vicino all’Antartide, dopo la Terra del fuoco. Freddo. Il vento, soffia dal polo ghiacciato a 160 km/h, impossibile sfidarlo. Un boato seguito da raffiche potenti che ci spostano maldestre. A tentoni raggiungiamo il capo: davanti a noi l’oceano.

Tentiamo di restare saldi cercando di rubare, ad ogni folata, un pizzico di libertà. Ogni centimetro di pelle è colpito dall’aria pungente, finchè non torniamo al riparo, rigenerati e stanchi per aver resistito. Gli albatros amano il vento, si lasciano trasportare in picchiata, con i loro tre metri di ali: trascorrono l’80 percento della loro vita in volo, sfruttando le correnti da un capo all’altro del mondo.

Cosi, abbiamo seguito la loro scia, nel tratto di strada da Invercargill a Dunedin, risalendo per la costa est.

Fuoco
Gli antichi maori credevano che lo spirito della Terra, che abita nelle sue viscere, fosse come un bambino nell’utero di una mamma: ogni volta che scalciava e scalpitava.. la terra tremava..

Il 22 febbraio del 2011 alle 12.51 p.m. nella città di Christchurch, una scossa di assestamento di magnitudo 6.3, strascico del terremoto dell’anno prima, ha devastato la città. Il fuoco non l’abbiamo visto, l’abbiamo sentito. La terra si muove in continuazione, spinta dal ribollire incandescente, che percorre tutta la faglia al di sotto della Nuova Zelanda.

185 Sedie vuote: 185 vite che in pochi secondi si sono spente. E’ comprensibile come questa sia una ferita ancora aperta, in particolare per questa città: un cantiere in costruzione, che rinasce dalle macerie. Non c’è stato giorno, in cui non abbiamo avvertito un tremore e i suoi abitanti hanno imparato a conviverci. La banca ancora in un container, come la maggior parte dei negozi. Tanti quelli che se ne sono andati, tanti quelli rimasti, con un’incredibile voglia di ricominciare. La natura crea, la natura distrugge. E’ cosi che siamo: inermi, difronte a tanto potere.

Acqua.
Dulcis in fundo… vapore, distese cristalline.. ghiaccio. Siamo su un’isola, l’acqua circonda ogni cosa, nasce e rinasce il qualcosa di nuovo: tutto intorno a noi è toccato dal suo manto.

Risaliamo il letto del fiume, fino alla sua fonte: pietre disordinate, grigio e cristallo, adornano la valle, protetta dalla piena, speriamo.. Dopo un’ora, tra cascate e cascatelle, dritto davanti a noi, il ghiacciaio. Tra le nuvole, Franz Joseph, ci guarda austero in tutta la sua bellezza, ogni tanto un raggio di sole ne fa brillare i contorni.

Starei ore ad osservare le mille sfaccettature dei suoi cristalli, eppure molto è cambiato: il panorama sta cambiando. I tanto chiacchierati mutamenti climatici, in cima ad un ghiacciaio, lasciano la loro traccia più importante. Buona parte di questo capolavoro, è andata persa e già solo guardando una foto del 2008 il divario è incredibile…

Gli abitanti delle isole della Polinesia, per via del sovraffollamento, hanno abbandonato le loro terre alla volta della Nuovola Bianca, Aotearoa. In maori Nuova Zelanda, dovrebbe significare proprio questo.. tutto merito di una donna che dall’imbarcazione in cui si trovava, finalmente avvistò terra o meglio nuvole lunghe… Più volte ho parlato dell’Oceano e degli abili naviganti che hanno sfidato queste acque e le loro creature, secoli fa..

Sono totalmente rapita dal viaggio che hanno intrapreso, grandi conoscitori del mare, nelle loro imbarcazioni precarie, eppure ce l’hanno fatta. Molta più paura ho avuto io, nello sfidare lo stretto di Foveaux: 4 metri di onde ci hanno sballottato in tempesta, fino all’isola di Stuart, il punto più a sud raggiungibile, da questo lato del mondo. Piccola, abitata da poche persone genuine, conserva l’aspetto che doveva avere la Nuova Zelanda quando è stata popolata per la prima volta.

Fiumi, rapide, laghi, non so per quale combinazione di fattori, l’acqua assume tonalità incredibilmente turchesi.. Ogni nostra camminata è stata accompagnata dal gorgogliare di un ruscello o da panorami mozzafiato, su laghi che sembrano mari, come quello di Wanaka.

Siamo in viaggio da mesi: 120 giorni in cui il sole, ha illuminato le nostre giornate, tranne uno, il giorno che abbiamo scoperto Milford Sound. A stento ricordavamo l’odore della pioggia, ma questo luogo, non avrebbe avuto lo stesso fascino senza. In silenzio abbiamo attraversato i fiordi dell’isola del sud, fino all’Oceano e ritorno.

Le cime dei monti innevate e ghiacciate, spezzate da nuvole grigie riflesse nell’acqua. 7 metri di pioggia cadono ogni anno tra queste montagne, incrementando il volume delle cascate, potenti, che s’infrangono nel mare. La luce è annebbiata , l’acqua è nera, tutto è avvolto in una coltre misteriosa, nella quale i lenoni marini si trovano perfettamente a loro agio!

Questo è quello che porto nel cuore, ora che riattraversiamo lo stretto di Cook, di nuovo alla volta del Nord e verso la fine del nostro viaggio. Mentre riconosco stralci di un panorama già assaporato, sono sempre più estasiata da questo nostro mondo, cosi prezioso e del quale dovremmo davvero prenderci cura.

G.M.